Questo sito si avvale di cookie per migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni relative all’utilizzo del sito stesso. Cliccando sul bottone accetto si acconsente al loro utilizzo in conformità alla nostra Cookie Policy.

Le piante erano usate nella dieta alimentare dell’uomo già 30.000 anni fa, e così l'uso di macinarle per fare un prodotto farinoso.

Studi recenti hanno dimostrato che l’uomo infatti, già allora, non era solo carnivoro.

Una scoperta avvenuta in Toscana ha dimostrato che anche in Italia si preparava un cibo di origine vegetale a base di farina di Typha (tifa), una pianta tipica delle zone palustri.

Quindi già allora l'uomo aveva imparato a elaborare un prodotto e a conservarlo e trasportarlo, in questo caso anche un alimento ricco di carboidrati complessi, indispensabili per esempio per assicurargli la sussistenza quando il clima sarebbe diventato più rigido.

L’abilità tecnica necessaria per la produzione di farina e quindi per preparare un cibo, come gallette o farinate, era dunque cosa già acquisita in Europa da lungo tempo.

La farina di frumento è quella più conosciuta, fondamentalmente si distinguono due tipi merceologici di frumento:

  • il grano tenero (Triticum aestivumo vulgare);
  • il grano duro (Triticum durum).

Dal grano tenero si ricavano le farine adatte in genere alla panificazione e alla preparazione di prodotti da forno, dal grano duro si ottengono invece le semole e i semolati, impiegati soprattutto nella produzione della pasta.

La macinazione vera e proprio consiste nella rottura frazionata e progressiva dei chicchi per mezzo dei "mulini". Sia per il grano duro sia per il grano tenero si procede allo stesso modo: i chicchi vengono sottoposti a più passaggi di rottura nei mulini, intercalando ogni passaggio con una setacciatura attraverso la quale si eliminano gradualmente i residui della lavorazione (crusca, cruschello e tritello), sino ad ottenere il grado di finezza desiderato.

Esistono vari tipi di farina:

  • Farina tipo 0 (Adatta per biscotti, cialde, grissini, piccola pasticceria).
  • Farina tipo 00 (Adatta per impasti lievitati che necessitano di una media quantità di acqua (o altri liquidi) come pane francese, all'olio o alcuni tipi di pizza, pasticceria semplice).
  • Farina tipo 1 (Adatta per la panificazione di prima qualità).
  • Farina tipo 2 (Adatta per la panificazione comune).
  • Farina tipo "integrale" di grano tenero (Usata nella preparazione di pani lievitati e non, per arricchire i prodotti delle fibre naturali necessarie all'alimentazione).
  • Farina dai 280 ai 350 W (farine forti). (Adatta per impasti lievitati che necessitano di una elevata quantità di acqua (o altri liquidi) come babà, brioches, pasticceria lievitata naturalmente e pizza).
  • Farina oltre i 350 W (farine speciali). (Farina prodotta con grani speciali, ad esempio Manitoba o farina Americana, usata per rinforzare le farine più deboli o per produrre pani particolari).
  • Semola rimacinata di grano duro per panificazione. Adatto per la lavorazione di pane pugliese.

Il fattore W determina la forza della farina, tanto maggiore è questo valore tanto più glutine si sprigionerà durante la lievitazione e la cottura.

La farina bianca– diffusissima nei supermercati e comunemente usata negli impieghi casalinghi - si ottiene attraverso la macinazione industriale del chicco di grano, che comporta l'eliminazione del germe (ovvero il cuore nutritivo del chicco, che contiene aminoacidi, acidi grassi, sali minerali, vitamine del gruppo B e vitamine E) e della crusca (la parte più esterna, particolarmente ricca di fibre). Tutto questo porta a un impoverimento della materia prima: da questa macinazione si ottiene infatti una farina raffinata, che si mantiene a lungo, ma risulta terribilmente depauperata e ricchissima di zuccheri.

La farina 00 - come tutti i prodotti raffinati – provoca un aumento della glicemia e il conseguente incremento dell'insulina, fenomeno che nel tempo porta ad un maggior accumulo di grassi depositati. Tutto questo si traduce quindi con un indebolimento dell'organismo, sempre più soggetto a malattie di ogni tipo, tumori inclusi.

Per gli alimenti composti da farina bianca si parla opportunamente di “calorie vuote” in quanto assumendo troppi carboidrati semplici si giunge alla situazione simile a quella dell'assunzione degli zuccheri

Usare la farina integrale significa riscoprire un prodotto più naturale e più sano. E’ stato accertato che consumare abitualmente ed esclusivamente la farina di grano tenero 00, la più diffusa a casa e nell’industria, non è sicuro per la salute, perché, visto che è povera di fibre, rende gli amidi facilmente assimilabili. Le conseguenze consistono nell’aumento della glicemia e dell’insulina e, con il tempo, si corre un rischio maggiore di sviluppare patologie metaboliche e di arrivare all’obesità e a malattie cardiovascolari, con un aumento sensibile anche del pericolo dei tumori. Tutto ciò non avviene con la farina integrale, che è molto ricca di fibre e, dal punto di vista nutrizionale, è un alimento davvero completo.

La farina integrale di riso è facilmente digeribile e proprio per questo motivo è indicata soprattutto nello svezzamento dei neonati.

Quella di segale contiene in abbondanza sali minerali e fibre, in grado di regolarizzare la flora batterica intestinale.

La farina integrale di farro garantisce all’organismo un buon apporto di magnesio, utile per stimolare il sistema muscolare e per regolare quello nervoso.

La farina integrale di avena ha molte proprietà nutritive e riesce ad apportare proteine e grassi “buoni”.