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La Vetta della Conoscenza e la simbologia del Monte

La montagna ha da sempre un alto valore simbolico, ed è sempre stata utilizzata in tantissime culture come metafora di progresso, conoscenza, elevazione. Il concetto è talmente acquisito che non richiede ulteriori precisazioni.
Tradizionalmente la montagna ha rappresentato:

  • la stabilità,
  • l’elevazione,
  • il centro. 

La sua forma richiama il Triangolo: 

  • la base coincide con la terra, e quindi è in contatto con lo spazio fisico, lo spazio della manifestazione, lo spazio dell’ordine esplicato;
  • la cima viceversa tocca il cielo, è immersa nel mondo del non manifesto, nel mondo dell’ordine implicato;
  • lo spazio intermedio rappresenta il campo di azione dell’aspirante, nella sua volontà di progresso dal mondo di origine, al mondo di destinazione. 

Questi concetti richiamano alla mente la ripartizione tra Corpo, Anima e Spirito. Il monte Kailash, montagna sacra del Nepal, è una perfetta rappresentazione di questi concetti: ha una forma quasi da archetipo, ed è ammantata da un’aura di spiritualità.
 
Usando una metafora, possiamo dire che l’uomo vive ai piedi della montagna, immerso in una quotidianità spesso confusa e separata. Per oltrepassare questa condizione gli è richiesto di scalare la Montagna, affrontare le prove, temprare la propria volontà e la propria intenzione di riuscire, e raggiungere alfine la vetta, la conoscenza.
 
Il compimento dell’impresa rappresenta per l’uomo la completa realizzazione di tutte le sue possibilità: usando altri termini, è la visione del Piano Divino e lo sforzo necessario per coglierlo Ricordiamo che il Piano Divino non può dalla mente umana essere colto nella sua interezza, ma solo afferrato in alcuni dettagli; la Conoscenza è la presa di coscienza della sua unità interna.
 
Nello Yoga colui che ha raggiunto la cima del Monte, realizzando completamente la sua funzione regale, è chiamato Yogaruda. “Garuda” è l’aquila, capace di elevarsi oltre la cima, ove dimora e di fissare direttamente il sole (lo Spirito Divino); l’aquila occupa quel luogo centrale in cui avviene una comunicazione diretta tra il mondo terrestre e quello Divino.
Ne “Le fatiche di Ercole” l’aquila è descritta come l’uccello della luce (p. 84): è il simbolo dell’aspetto superiore dell’uomo che si manifesta come anima (secondo aspetto). L’Aquila è considerata essere in stretto rapporto sia col Capricorno sia col Sagittario: più avanti approfondiremo il collegamento con il Capricorno.

L’ascesa

Per elevarsi verso la cima l’uomo deve partire dal centro della sua individualità, deve scendere nella propria natura essenziale e da questa risalire verso la cima.
 
Ritornare all’origine delle cose significa riavvicinarsi al centro ritrovando la saldezza dell’immobilità e dell’eternità.
 
Per poter compiere l’ascesa è necessario abbandonare progressivamente tutti i mezzi che sono stati utili alla scalata, ossia tutto ciò che appartiene al mondo esteriore e che vela la realtà Assoluta
 
La salita è ricerca di uno stato di perfetta semplicità, di pura contemplazione. Raggiunta la Cima del Monte si arriva alla conoscenza della ragione prima delle cose.
 
Lo scopo del viaggio, ossia dell’Iniziazione, non è solo raggiungere la vetta, ma proseguire oltre, elevarsi agli stati ancora superiori fino a colui che è l’origine del tutto e dal quale tutto dipende, colui che Dante ha splendidamente definito “l’Amore che muove il Sole e le altre Stelle”.
 
Già si prefigura quindi l’idea che la Vetta non sia solo una meta, ma punto di partenza di un ulteriore viaggio. D’altronde sappiamo che le iniziazioni non si riducono a una: conseguita un’iniziazione, si è pronti per intraprendere il passo successivo, in un cammino di continua evoluzione che è tipico della natura umana: evoluzione, evoluzione, evoluzione (da non confondersi con “progresso”, che è solo quell’aspetto dell’evoluzione legato al 5° Raggio nella sua accezione inferiore, ossia la mente duale).
 
Il raggiungimento della vetta rappresenta l’unica via di passaggio verso il cielo ed è possibile attraverso l’estinzione dell’Io e il superamento del molteplice. Nel simbolismo evangelico questa via di passaggio è anche una porta stretta, la cruna dell’ago, attraverso la quale i “ricchi” non possono passare in quanto sono stati incapaci di impoverirsi delle loro molteplicità, rimanendo prigionieri indefinitamente dei cicli di manifestazione.

Il Capricorno e la sua prova

“A te, Capricorno, richiedo il sudore della tua fronte, in modo che tu possa insegnare all’uomo a lavorare. Il tuo compito non è facile e dovrai sopportare sulle tue spalle le fatiche di tutti gli esseri, ma per ciò che riguarda il legame costituito dai tuoi fardelli metto le responsabilità dell’uomo nelle tue mani”. 

Dopo tanto cammino si è quindi arrivati – finalmente! – sulla cima della montagna. Questo è un conseguimento che è costato sudore, fatica e responsabilità, senza le quali – non è superfluo ricordarlo – non si arriva da nessuna parte. Il parallelismo tra la salita, con le sue varie fasi, e l’esperienza di vita quotidiana dovrebbe essere palese a tutti.
 
Sul piano ordinario il motto del Capricorno è “E la Parola disse: che l’ambizione governi e la porta sia aperta”. L’ambizione è una delle chiavi di questo segno: è la molla per la spinta evolutiva, verso il segreto della rinascita, il segreto da conseguire. Ovviamente può anche essere il limite di personalità su cui l’individuo in Capricorno si incastra, arrestando la sua evoluzione fino all’accettazione e superamento del limite.
 
Sul piano evoluto il motto è molto diverso. Quando un autentico senso della realtà sostituisce le ambizioni sia terrene che spirituali, allora l’uomo può in verità dire: “Mi perdo nella luce superna e a questa luce volto le spalle”.
 
L’interpretazione è lineare: arrivati sulla cima della montagna, dopo aver faticato per ore (o vite), si vede la Luce e ci si perde per un attimo in essa. Poi bisogna lasciare questa Luce e, voltandosi, ridiscendere la montagna per andare a svolgere il proprio Servizio nel mondo, ossia – simbolicamente e non – aiutare gli altri a salire.
 
Sempre da “Le fatiche di Ercole” sappiamo che per ogni anima vi sono tre grandi ascensioni:

  • c’è innanzitutto l’ascesa della materia al cielo; questo passaggio si trova nel segno della Vergine; 
  • vi è poi l’elevazione della natura psichica da sotto a sopra il diaframma: questo è il passaggio proprio del segno del Capricorno, e su questo ci concentreremo;
  • l’ascensione finale è quella che contrassegna l’emancipazione dell’iniziato d’alto grado che diviene coscientemente un salvatore del mondo.

Per l’uomo è soprattutto nella seconda iniziazione che occorre lavorare: infatti è qui che avviene l’elevazione della natura psichica inferiore: ogni desiderio, ogni stato d’animo, ogni emozione possono essere “assunti in cielo”. Il passaggio è “da sotto a sopra il diaframma”, passaggio che dallo Yoga sappiamo corrispondere alla trasmutazione dei 3 chakra inferiori nei 3 corrispondenti chakra superiori. Lo schema è il seguente: 

  • 3° chakra - 4° chakra: prima iniziazione,
  • 2° chakra - 5° chakra: prima iniziazione,
  • 1° chakra - 7° chakra: prima iniziazione.

Una volta “sopra il diaframma” non si è più emotivi ed egocentrici, non si vive più nel plesso solare, ma ci si focalizza nel cuore, ove si diviene coscienti della vita di gruppo; i nostri sentimenti e i nostri desideri sono allora relazionati al gruppo. Si è così passati dall’io individuale all’io gruppo, dall’io al noi, con il che abbiamo abbandonato la personalità per identificarci sempre più con l’Anima.
 
La nostra vita non si svolge più nella natura animale, interessata alla creazione sul piano fisico, ma diventiamo creature spirituali operanti nella materia del piano mentale.

Non siamo più imprigionati nella forma, poiché l’abbiamo talmente plasmata da elevarla nella coscienza del centro cerebrale. Da questo centro possiamo poi controllare i centri della gola, del cuore, del plesso solare ed ogni parte del nostro corpo. Ciò non si ottiene concentrandosi su questi centri né pensandovi, ma vivendo come un cosciente figlio di Dio seduto sul “trono fra le sopracciglia” (il centro Ajna, o ghiandola pituitaria). 
 
Il Capricorno, superata la sua prova, è quindi arrivato sulla cima della montagna: è riuscito a governare tutta la materia, e sta ora fra la Terra ed il Cielo. Si trova quindi nella già citata condizione dello Yogaruda. Questo punto può essere simboleggiato dal centro di una clessidra.
 
Il centro della clessidra ci riporta alla mente la evangelica “cruna dell’ago”: con il che vediamo che i diversi simbolismi convergono tutti vedono i medesimi concetti, che ogni cultura ha espresso nella propria forma.
 
Ora il Capricorno deve decidere da che parte andare: è la sua dicotomia, la dicotomia tra il motto exoterico e il motto esoterico. 

Dalla Conoscenza alla Coscienza

Seguendo il percorso di ascesa del Capricorno, l’uomo è giunto in vetta. Qui si trova di fronte a una scelta, questa volta una scelta sul piano mentale.
 
L’uomo può scegliere di essere appagato della conoscenza raggiunta.
 
Oppure può “osare”: la sua sfida è osare volare, ossia avventurarsi nel mondo della conoscenza superiore.
 
Il passaggio richiede l’attraversamento di un altro diaframma, il diaframma che separa il 4° dal 3° sottopiano del piano mentale. Questo passaggio è indicato nei testi esoterici o come un “diaframma da bucare”, oppure come un “ponte da stendere tra due sponde”; in tal caso è indicato come Antahkarana, o “Ponte Arcobaleno”.
 
La metafora di questo passaggio è – correttamente – il volo: oltre la vetta non si può proseguire con i consueti strumenti, per cui occorre accedere a nuove risorse, a risorse tipicamente non disponibili per l’uomo ordinario. Occorre fidarsi delle proprie qualità superiori, e avventurarsi là dove la mente ordinaria si rifiuta di andare.
 
Una volta giunti in cima, al cospetto dell’ampiezza – ben simboleggiata dal panorama che tipicamente si gode dalla vetta – è quindi richiesto un salto: è il passaggio dalla conoscenza lineare e sequenziale alla conoscenza, intuitiva, globale, fotografica – appunto come la visione che si ha dalla vetta. Questo passaggio non è graduale, ma è un punto di rottura degli schemi precedenti, e per questo è meglio descritto come “salto” che non “passaggio”.
 
La conoscenza cui si perviene non è più caratterizzata dalla quantità di informazioni immagazzinate o a cui si ha finalmente libero accesso, bensì è caratterizzata dallo stato raggiunto dal conoscitore, che non è più separato dalla conoscenza, bensì è uno con la conoscenza: è lo stato della Coscienza.
 
Infatti non è più “un passo dietro l’altro”, “un ragionamento dietro l’altro”, ma è una presa di coscienza immediata della Verità.
 
Questa è l’estasi della conoscenza: è – ancora – la Coscienza.