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La Meditazione e i diversi stati di Coscienza

L’analisi dei diversi Stati di Coscienza ed il loro approfondimento permette di collegarli a modificazioni fisiologiche definite e differenti. Gli stati di coscienza diversi da quello ordinario vengono definiti come stati alterati, anche se il termine non è molto corretto. Alcuni ricercatori (come Tart) li considerano differenti modalità di funzionamento della mente, grazie alle quali accediamo a varie e nascoste potenzialità psichiche.
Secondo la Psicologia, con il termine coscienza si intende uno stato soggettivo di consapevolezza sulle sensazioni psicologiche (pensieri, sentimenti, emozioni), e fisiche (tatto, udito, vista) proprie di un essere umano e su tutto ciò che accade intorno ad esso. La soggettività della coscienza è data dal fatto che ogni persona ha una propria modalità di rapportarsi alle esperienze e tale modalità dipende in gran parte da un determinato stile culturale di appartenenza.
In un individuo la consapevolezza di se stesso e dell'ambiente si struttura grazie ad un insieme di funzioni psico-fisiologiche come la percezione, la memoria, l'attenzione, l'immagazzinamento e l'elaborazione delle informazioni, tutte dipendenti l'una dall'altra e controllate dal cervello. Tutte le informazioni, sia esterne che interne, passano attraverso i nostri organi recettori (occhi, naso, recettori muscolari) e, dopo aver raggiunto il sistema nervoso, vengono da quest'ultimo elaborate.
In ogni situazione in cui i processi che costituiscono la coscienza come la memoria, la percezione, l'attenzione, le emozioni, non lavorano più in modo ottimale, si entra in ciò che viene definito stato alterato dell'ordinario stato di coscienza. Pur essendo difficile effettuare una netta distinzione tra uno stato alterato e uno stato ordinario, quest'ultimo lo si può considerare come quello stato in cui un soggetto si trova mentre svolge le normali attività della vita quotidiana, è perfettamente consapevole delle azioni che sta compiendo e si rende conto di ciò che gli accade intorno. Lo stato alterato è quello in cui il soggetto non è consapevole dell'ambiente circostante oppure ha un controllo parziale o nullo dei suoi sensi a tal punto da percepire in modo distorto le sue sensazioni e tutto ciò che vede o gli accade.
Ma qual è lo stato di coscienza di una persona che medita, o meglio di un gruppo di persone in meditazione? Alcuni studi hanno evidenziato un aumento della coerenza tra le onde cerebrali di persone vicine durante la meditazione con punte elevatissime di sincronizzazione: tra il 60 e l’80%.
Questo evidenzia importanza sia dell’omogeneità di preparazione del gruppo dei meditanti, sia dell’assortire bene la disposizione spaziale dei partecipanti.
Alcuni studi sui monaci tibetani hanno dimostrato, durante la meditazione, una diminuzione del consumo di ossigeno del 64% rispetto alla situazione di riposo vigile e una riduzione della frequenza respiratoria da 13-14 respiri al minuto fino a 5-6, osservazioni queste che hanno portato a definire la meditazione come uno stato diverso dal sonno e opposto alla reazione di stress. Altre indagini suggeriscono che la meditazione sia in grado di produrre una migliore comunicazione tra le diverse aree del cervello. Di solito le analisi EEG su persone normali rilevano una coerenza media delle onde celebrali di circa il 50-70% mentre in meditazione la coerenza sale al 90-100%. La coerenza indica la comunicazione fra le tre parti del cervello (rettile che governa il corpo e gli istinti, mammifero che governa il cuore e le emozioni, e umano la corteccia che governa la testa ed il pensiero). In sintesi, in meditazione, la percezione dell’unità del corpo e delle psiche è da intendersi come la coscienza globale.

La continuità degli stati di coscienza (Patanjali)

Rispetto allo studio e al parallelismo tra gli aforismi Yoga di Patanjali e la Meditazione, è interessante sottolineare come Patanjali descriva la visione della Coscienza attraverso un interessante paragone, l’acqua.
Paragonando la superficie di un lago alla personalità, vediamo che quanto più questa è calma, tanto più è possibile vedere il fondo, l’anima.
Infatti, come prime affermazioni, si parla dello Yoga come Unione, inteso quindi come sintesi di livelli diversi, di Integrazione, in cui la realizzazione massima dell’uomo sta nel produrre equilibrio.
Nell’aforisma numero 2 Patanjali afferma che lo Yoga è collegato alla gestione delle onde-pensiero. Le onde-pensiero sono delle increspature che generate da un pensiero perturbano la superficie del lago. Esistono varie forme di onda tra loro complementari: ciò significa che ogni onda può essere bilanciata e neutralizzata dall’onda uguale di qualità opposta. Definendo due tipi di onde-pensiero, “dolorose” e “indolori”, si abbraccia il concetto di Innocuità in cui è responsabilità di ciascuno conoscere la qualità delle proprie onde-pensiero ed eventualmente creare un bilanciamento delle onde più disarmoniche.
Nella Meditazione l’aspetto mentale è altrettanto importante affinché nella mente dello Studente vengano prodotti pensieri sempre più elevati, capaci di costruire intorno a sé e nell’ambiente forme man mano più armoniche. La costruzione di forme armoniche alimenterà pensieri di vibrazione sempre più elevata, andando così a costruire una spirale ascendente.

A tal proposito riportiamo un estratto molto chiaro dalla Bhagavad Gita:
L’acqua scorre continuamente nell’Oceano,
ma l’Oceano non è mai turbato:
il desiderio fluisce nella mente del saggio.
Ma egli non è mai disturbato.
Il saggio conosce la pace…

È fondamentale coltivare la consapevolezza di tale funzionamento, affinché si possa mantenere una continuità nell’attitudine che comprenda la Meditazione e l’ascolto in ogni nostro pensiero o azione. Il passaggio dalla concentrazione alla Meditazione è il frutto di questo tipo di continuità. Patanjali descrive questo stato di continuità con la metafora dell’olio che viene travasato da un recipiente ad un altro con flusso stabile e prolungato che, tradotto in termini di coscienza, trasforma uno stadio di concentrazione resa continua nel tempo in Meditazione permanente.
La continuità è un frutto che matura lentamente attraverso il graduale passaggio da uno stadio a quello successivo, senza interruzione. Ad esempio, riferendoci alla concentrazione, la descrizione dei quattro livelli, esame attento, descrizione, pace gioiosa e semplice consapevolezza dell’individualità, può essere di sostegno nel comprendere quale progressione è possibile seguire per raggiungere uno stadio che, nella continuità, va verso la Meditazione.

Una visione globale di Dharana: la Concentrazione

Gli aforismi relativi al Dharana sono contenuti nel Capitolo 3 degli Aforismi Yoga di Patanjali.
1. Si ottiene la Concentrazione (Dharana) quando l’attenzione viene portata indivisa su un solo punto.
4. Dharana, Dhyana e Samadhi formano insieme la cosiddetta arte dell’integrazione, o samyama.
5. La padronanza di samyama porta la luce della consapevolezza e dell’intuizione.
6. L’arte dell’integrazione si può estendere a diverse sfere della vita privata.
11. La via che porta al Samadhi porta dall’attenzione diffusa all’attenzione su un solo punto.
16. Attraverso questi tre stadi lo yogi acquisisce la conoscenza del passato, del presente e del futuro.
17. Lo yogi conquista il linguaggio di tutti gli esseri, andando oltre il linguaggio particolare e le sovrastrutture mentali.

Dharana consiste nel fissare la mente su un contenuto-seme di concentrazione, escludendo tutte le altre possibili astrazioni che potrebbero inserirsi. E’ il primo atto di raccoglimento della mente. Con Dharana si doma l’irrequietezza mentale che è collegata essenzialmente alle variazioni indisciplinate del corpo emotivo.
La concentrazione è effetto dell’attenzione, dove c’è attenzione c’è concentrazione, per cui tutte le energie sono concentrate sul concetto astratto da esaminare.
Dharana è il crogiuolo entro il quale viene purificata la mente.
In Dharana è fondamentale la volontà consapevole di concentrarsi, per un determinato periodo di tempo. Quando siamo in grado di praticare la concentrazione, le energie disperse della mente si raccolgono come un fascio luminoso a disperdere l’oscurità, eliminando i dettagli inutili. La mente si concentra su un unico oggetto.
Mentre Dhyana è un flusso continuo e ininterrotto su un dato pensiero, Dharana è finita e delimitata e Vivekananda indica in 12 secondi il tempo che identifica la durata della concentrazione.
Kriyananda individua quali sono gli ostacoli alla concentrazione:

  1. un’emotività eccessiva
  2. la mancanza di disponibilità: per concentrarsi occorre un giusto quantitativo di tempo
  3. una grande debolezza fisica o mentale
  4. la mancanza di chiarezza sul senso della concentrazione stessa
  5. la preoccupazione per i risultati
  6. una tendenza ad identificarsi con i processi mentali, invece che osservarli

Nei commenti agli Yoga Sutra di Alice Bailey, vengono identificati i seguenti stadi della concentrazione:

  1. scelta dell’oggetto su cui concentrare il pensiero
  2. ritiro della coscienza mentale dalla periferia del corpo, sì che i 5 sensi si acquietino e la coscienza non tenda all’esterno
  3. coscienza concentrata e fissata nella testa, al VI chakra
  4. fissazione della mente e dell’attenzione sull’oggetto scelto
  5. visualizzazione o percezione figurata dell’oggetto, con ragionamento logico
  6. estensione dei concetti formulati dallo specifico e particolare al generale e universale, o cosmico
  7. proposito di percepire ciò che è entro la forma prescelta, ovvero l’idea che l’ha prodotta.

Questo processo consente di spostare gradualmente la coscienza dalla forma alla vita, partendo dalla forma, che può essere di quattro tipi (dal piano fisico al mentale):

  1. oggetti esterni
  2. oggetti interni, come i chakra eterici
  3. qualità, come le virtù, con l’intento di risvegliare il desiderio di acquisirle
  4. concetti, nella forma di simboli o parole

La fase di Dharana, nel Dhyana Yoga, trova diversi momenti e modi di espressione, e la sua caratteristica principale riguarda la concentrazione mentale quale processo di Gruppo.

Approfondimenti su Dhyana

Patanjali definisce la concentrazione (Dharana) come il tenere ferma la concentrazione percepente in una zona determinata, e la Meditazione (Dhyana) come una lunga sosta in essa. La differenza è dunque solo nel fattore tempo e sembrerebbe che entrambi gli stadi siano questione di controllo. Con la pratica della Concentrazione si dovrebbe conseguire un grado di padronanza sufficiente ad evitare la necessità continua di richiamare il pensiero.
Quindi, una concentrazione prolungata offre alla mente la possibilità di agire su qualsiasi oggetto che si trovi entro la cerchia che delimita la zona stabilita. La scelta di una frase come soggetto della meditazione serve a stabilire i confini della zona, e se la Meditazione è bene eseguita la mente non si distoglie mai dall’oggetto prescelto. Essa rimane focalizzata e continuamente attiva per tutto il periodo della Meditazione.
Nella concentrazione, chi medita dovrebbe essere sempre consapevole di stare usando la mente. Nella meditazione, questa coscienza di usare la mente si perde.

Differenze tra Dharana – Dhyana – Samadhi

Patanjali nei suoi Aforismi, afferma:
La pratica dello Yoga allevia l’infelicità e conduce al Samadhi”.
Nella strada che conduce al Samadhi, quale punto di intensa Illuminazione e di connessione della mente Umana con il Divino, numerosi stadi attendono l’aspirante.
Portiamo l’attenzione sui livelli subito precedenti il Samadhi, che sono Dharana e Dhyana.
Sempre Patanjali sostiene che “si ottiene la concentrazione (Dharana) quando l’attenzione viene portata indivisa su un solo punto”.
Dunque, la mente, si focalizza con intensità su un unico punto di vibrazione, utilizzando il potere del proprio pensiero, che permette di accrescere la vibrazione stessa, di esprimersi con maggiore vitalità sul piano sottile, e di conseguenza, sui livelli inferiori, fino al piano fisico.
La mente viene in questo modo disciplinata, guidata, e la sua energia diviene canalizzata fortemente, evitando dispersioni, distrazioni che possano alimentare di energia punti di vibrazione diversi da quello scelto e che si intende nutrire.
Il concetto di “indiviso” introduce l’attivazione necessaria della qualità globale della mente non duale, dunque centrata su un unico punto ma non separata, non giudicante, non attenta alla creazione di categorie, bensì ferma, consapevole e disciplinata perché si elevi.
Dhyana è lo stato successivo di Meditazione, e nelle parole di Patanjali è descritto come “un flusso ininterrotto di attenzione rivolta verso un punto”. Dunque, l’intensità del processo di Dharana cresce, e diviene un flusso continuo, anch’esso non separato, e non diviso.
Tutto questo conduce ad un punto sempre più intenso di fusione, dove il flusso continuo si fonde con colui che lo produce e la coscienza di quest’ultimo si dissolve. La dissolvenza conduce la mente nello spazio più vicino possibile allo Spirito, alla Conoscenza suprema, alla Verità ultima, dove anche la mente globale si disperde e la mente accede allo spazio condiviso con altre menti, nell’Infinito, accedendo a conoscenze sovrumane e costituite da simboli che racchiudono una vibrazione elevata.
In tutto il processo, l’Uomo parte da un punto definito, con la propria mente duale e globale come equipaggiamento. Lascerà progressivamente, pezzo per pezzo, il suo equipaggiamento, nel punto in cui diverrà un limite, come una staffetta sul piano mentale, che conduce ad un punto di Libertà ed Espansione più vicina al Divino che all’Umano, conseguendo il Samadhi.