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L’ascolto delle fragilità per crescere come genitori


Se si chiede ai genitori qual è la cosa che meglio descrive “essere genitori”, le risposte possono non essere uguali.
Secondo noi essere genitori vuol dire scoprire ogni giorno un modo nuovo di rapportarsi ai propri figli, partendo da se stessi, dai propri limiti e dalle proprie qualità. Purtroppo non esistono istruzioni per l’uso e naturalmente vale il buon senso e l’Amore. Detto così può sembrare semplice, ma la difficoltà è proprio non riversare sui figli idealizzazioni o aspettative non soddisfatte.

Anche noi, partendo dalla nostra esperienza, ci siamo trovati di fronte alla difficoltà di vedere nostra figlia Margherita nelle sue qualità, così da accompagnarla ad esprimerle e a svilupparle, idealizzandola, inconsapevolmente, secondo le nostre aspettative.
Pensavamo di averle sempre dato il massimo dell’amore di cui eravamo capaci, nutrendola e accontentandola, per quanto possibile: quindi di cosa dovevamo preoccuparci?

Fino a quando ci siamo resi conto che Margherita aveva uno sguardo triste che né cibo, né giochi potevano compensare. Ci siamo resi conto che Margherita non riusciva ad esprimere quanto aveva dentro perché noi non l’avevamo accompagnata a capire i suoi sentimenti, a conoscerli e a “raccontarli”. Questo aveva creato in lei uno stato di angoscia profonda, che compensava mangiando tanto e chiudendosi in se stessa.
Quando abbiamo iniziato a capire questo, innanzitutto abbiamo dovuto fare i conti con i nostri sensi di colpa, con i pensieri che ci raffiguravano come genitori non adeguati, che non erano riusciti a cogliere le necessità di nostra figlia. Abbiamo capito che dietro questo c’era, prima di tutto, una nostra difficoltà a saperci ascoltare e ascoltare l’altro, un’immagine idealizzata di nostra figlia, non vedendola neanche in sovrappeso, come in realtà era. È stato molto doloroso ma questo ci ha permesso di iniziare un lavoro con lei che ci permettesse di entrare dentro quella tristezza.
È stato un lavoro complesso, soprattutto per noi, mentre per Margherita è stato molto più semplice, anzi, da quando abbiamo iniziato, lei si è subito sentita più accolta e accompagnata.

Abbiamo quindi iniziato verbalizzando con lei le emozioni, chiedendole proprio cosa stava provando in quel momento, non demordendo anche quando lei faceva difficoltà, condividendo con lei le nostre emozioni, facendole piano piano comprendere che sapevamo come si stava sentendo.
Le abbiamo fatto vedere che era in sovrappeso (cosa di cui lei era consapevole) e ci siamo scusati con lei per come non l’abbiamo contenuta. È iniziato quindi un lavoro sia sulle emozioni che sul cibo, dicendole che ogni emozione e pensiero che riusciva a condividere, era un “peso” in meno sullo stomaco.
Questo lavoro ha iniziato a dare i suoi frutti. Adesso, come genitori, stiamo riuscendo ad avere una sensibilità maggiore sia rispetto alle nostre fragilità sia quelle di Margherita, chiedendole sempre come si sente o “ascoltando” quanto ancora lei da sola non riesce a esprimere.

Rispetto al peso è un lavoro impegnativo, ma costante. È stato importante anche condividere con lei alcuni passaggi legati alla dieta alimentare. Per esempio, quando le abbiamo detto che le diete fanno arrabbiare e creano un’angoscia e un vuoto impegnativo, lei si è illuminata, si è sentita compresa e ha capito che non era una cosa strana. Questo, ha permesso anche a noi di accettare un po’ di più la sua rabbia e di sostenerla nei momenti di difficoltà.
Sicuramente da tutto questo possiamo cogliere come insegnamento che per i bambini è più facile di quanto pensiamo, che per un genitore è importante mettersi sempre in discussione, invece di andare in automatico, riproponendo comportamenti appresi nelle famiglie di origine, e che per noi vedere lo sguardo di Margherita più luminoso ripaga rispetto all’impegno necessario.