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Autori

Dario Sepe, Psicoterapeuta e Psicologo
Adriana Onorati, Psicologa
Fortunata Folino, Psicoterapeuta e Psicologo
Corinna Abblasio, Psicologa

L’approccio PEAC (Psicologia dell’Evoluzione Armonica della Coscienza)

La Psicologia dell’Evoluzione Armonica della Coscienza (PEAC) compie il tentativo di coniugare la pratica e le teorie sistemico - relazionali con la ricerca filosofica e spirituale, che si riconosce nell'ambito della cosiddetta “filosofia perenne”.

La PEAC offre una visione Evolutiva dell’Uomo, inteso quale entità vivente, le cui molteplici potenzialità possono essere educate a svilupparsi ed esprimersi, migliorando progressivamente; è Armonica (dal greco harmózo “io congiungo, compongo”) perché considera lo sviluppo umano come una sequenza di passi che conducono all'armonico rapporto tra diverse dimensioni. Le dimensioni fondamentali, che gli approcci transpersonali e umanistici hanno variamente individuato nello studio dell’Uomo, vengono considerate dalla PEAC come un Sistema Vivente, le cui componenti sono governate da precisi rapporti, specifiche risorse e, soprattutto, orientabili verso scopi e funzioni ben precisi.

Nella PEAC un essere umano può essere considerato distinguendo livelli di coscienza diversi, organizzati in dimensioni gerarchicamente ordinate, il cui rapporto è governato da regole e Leggi sistemiche.

Una personalità verrà considerata “integrata” quando le dimensioni che la compongono saranno governate da un rapporto armonico ed ordinato, al loro interno, possibile grazie ad un vero e proprio processo di Educazione e crescita consapevole, che tenga conto dell’Armonia ordinata, necessaria al suo sviluppo.

La PEAC si muove dall'idea per cui l’Uomo rintraccia il senso della sua Vita, aprendo lo sguardo ad una visione che incroci la dimensione orizzontale (delle relazioni) con quella verticale (spirituale) della vita. La dimensione verticale non è che la tensione di un essere umano verso la comprensione del fine più ampio delle sue azioni, dello scopo più globale dei suoi rapporti.

La PEAC intende, con il termine “Coscienza” ciò che Assagioli ha inteso per “Sé Superiore”, ovvero una dimensione che fonde la Coscienza individuale con quella Universale, un punto di pura Essenza, meta dell’evoluzione dell’Uomo nella sua connessione con l’Universo circostante. In questa prospettiva, la Coscienza di un uomo non deriva solamente dalla struttura della sua personalità, o dalle trame intessute dalle relazioni familiari, e sociali, né solo dal modo in cui queste possano essere viste e narrate da una serie di attori, compreso lui stesso, ma dallo Scopo a cui egli si riferisce, più o meno consapevolmente.

La Metafora: definizione e funzioni

Il termine metafora deriva dal greco μεταφορά, da metaphérō, «io trasporto» e metaphorá, composto da metá (oltre) e phérein (portare). Metafora significa, dunque etimologicamente mutamento, trasferimento, cambiamento di posizione, portare oltre. E’ un tropo linguistico e si ha quando, al termine che normalmente occuperebbe il posto nella frase, se ne sostituisce un altro la cui “essenza” o funzione va a sovrapporsi a quella del termine originario creando, così, immagini di forte carica espressiva. E’ una figura retorica che risulta, dunque, da un processo psichico e linguistico attraverso cui, dopo aver mentalmente associato due realtà differenti sulla base di un particolare sentito come identico, si sostituisce la denominazione dell’una con quella dell’altra. È un procedimento di trasposizione simbolica di immagini; una similitudine abbreviata in cui il rapporto tra due cose o idee è stabilito direttamente senza la mediazione del “come”. E non è totalmente arbitraria: in genere si basa sullo stabilimento di un rapporto di somiglianza tra il termine di partenza e il termine metaforico, ma il potere comunicativo della metafora è tanto maggiore quanto più i termini di cui è composta sono lontani nel campo semantico. In semantica, la metafora è più propriamente il processo per cui una parola si arricchisce di nuovi significati, per estensione.

La metafora è oggetto di descrizione e classificazione da più di duemila anni. Originariamente studiata dalla retorica (l’arte del parlare bene e della capacità di persuadere), ha suscitato interesse in altre discipline, dalla filosofia alla linguistica, dall’antropologia alla psicologia. E gli autori che se ne sono occupati hanno cercato sia di definirne il concetto che di spiegarne le funzioni. La metafora esprime un carattere di “inafferrabilità” dato proprio dal suo significato legato all’”andare aldilà”, al “portare oltre” sia sul piano del linguaggio e del pensiero che sul piano emotivo. Apre a nuove possibilità. Mentre nella teoria classica, le veniva attribuita una funzione fondamentalmente ornamentale nell’utilizzo del lingua, nell’ultimo secolo si è sviluppato un ampio dibattito sulla natura metaforica del linguaggio. Questa nuova concezione si è basata sulla ““teoria dell’interazione”, secondo la quale non sussiste una semplice sostituzione o comparazione tra i termini della metafora, ma questi interagiscono e tra loro avviene una “parziale identificazione o fusione” nel senso che il significato che viene ad assumere il primo termine dipende dal secondo e questo a sua volta viene trasformato per adattamento al primo (v. gli studi di Richards, 1986, Black, 1954, La Koff e Johnson, 1980)” (Onnis, 1996, pp. 18). Per Black (1954) gli elementi della metafora producono un ampliamento dei significati reciproci. In questa affermazione si chiarisce la funzione della metafora come processo cognitivo che richiede una elaborazione o scoperta degli isomorfismi (Onnis, 1996), che genera una estensione dei significati e della conoscenza. "Quando le figure retoriche sono usate in modo "creativo", esse non servono ad "abbellire" un contenuto già dato, ma contribuiscono a delineare un contenuto diverso" (U. ECO, (1975), 1999, p.347).

E’ possibile adottare l’ottica della complessità, considerando la “realtà” come un’incessante costruzione di significati, in cui la metafora diviene uno strumento di comprensione della realtà stessa e di connessione di isomorfismi che generano la costruzione del mondo. Per Bateson (1979) la metafora è il principio con cui l’intera struttura degli esseri viventi è messa insieme. La metafora è una struttura che connette, una struttura che caratterizza l’evoluzione di tutti gli esseri viventi.

Ne deriva che la metafora si collochi come strumento cognitivo e conoscitivo che viene utilizzato dall'essere umano per ampliare la conoscenza e i significati del proprio mondo interno ed esterno.

Nel comprendere come si realizza il processo cognitivo che riguarda l’interazione tra i due campi di significato che giocano all'interno della costruzione metaforica, il filosofo Paul Ricoeur (1978), introduce un elemento psicologico importante: “l’immaginazione e il coinvolgimento emotivo che ad essa si accompagna. E’ soprattutto attraverso i processi immaginativi ed emotivi evocati dalla metafora nel soggetto, e quindi attraverso una funzione “attiva” e “creativa” del soggetto stesso, che si producono quelle singolari attribuzioni di significato che, al di là del riferimento letterale delle parole usate danno luogo a nuove concettualizzazioni e visioni della realtà” (Onnis, 1994). Si vengono ad incontrare sul piano della metafora due livelli, quello cognitivo, espresso sul piano semantico-linguistico e, quello emotivo, legato all'espressione analogica che rimanda all'immaginazione e al simbolismo.

Uso della metafora nella psicoterapia

Lo strumento della metafora è stato ampliamente usato nell'ambito dell’applicazione psicoterapeutica.

In una prima fase (psicoanalisi) è stato dato grosso risalto alle metafore prodotte dalle persone, quali espressione del mondo inconscio del paziente. Secondo Freud il pensare per immagini sta più vicino ai processi inconsci di quanto lo sia il pensare per parole, quindi le immagini metaforiche, sono una forma di pensiero attraverso la quale i processi inconsci vengono espressi.
Freud parte nella sua costruzione teorica, dal postulato secondo cui il sintomo ha un significato e la psicoanalisi si struttura come programma teso alla decodificazione dei significati profondi ad esso connessi.

“La precoce definizione dei meccanismi di spostamento, condensazione e simbolizzazione come elementi costitutivi del lavoro del sogno e, più in generale, della dinamica e della economia dell'inconscio, predispose per la metafora un ruolo di articolazione privilegiata, collocandola come luogo essenziale della significazione, della manifestazione e del reperimento del senso nel sogno, nel motto di spirito, nell'atto mancato, nel lapsus come, a ben guardare, nel transfert. In questo contesto, essa si offriva, infatti, come punto di scambio, in cui potevano convergere la concezione stessa del sintomo, del significato, dell'interpretazione, del metodo e, in definitiva, della teoria del cambiamento. Conseguentemente la metafora si offriva come logica e naturale punta di diamante della procedura tecnica per eccellenza, cioè dell'interpretazione” (Scano, www.psychomedia.it).

Una delle principali funzioni della metafora è quella di oltrepassare le difese e scansare le resistenze e toccare quelle componenti profonde della personalità che normalmente sono difficilmente travalicabili.

Per Jung l’immagine indotta emotivamente è l’organizzatore principale della mente umana; mito e archetipo sono immagini metaforiche universali. Sia il concetto di Jung di archetipo inteso come metafora universale, sia i miti della cultura umana rivelano immagini metaforiche universali; ciò indica che mito e archetipo si riferiscono ad una precisa dimensione dell’esperienza umana: la struttura metaforica della realtà trans-culturale.

La metafora è stata ampiamente usata all'interno del modello sistemico-relazionale. A partire dalla visione del sintomo del “paziente designato” come espressione del disagio della famiglia, che racchiude in se la doppia esigenza di “dire” e al tempo stesso “non dire”, il terapeuta può restituire il “significato di “metafora del disagio familiare” (Onnis, 1996, pp. 20).

È Minuchin (1974) a introdurre le metafore per identificare la realtà strutturata metaforicamente dalla famiglia. Secondo Minuchin, la famiglia costruisce la sua realtà attuale ed è compito del terapeuta selezionare “dalla cultura stessa della famiglia” le metafore che simbolizzano la sua realtà specifica e usarle come un’etichetta che indica la realtà famigliare e suggerisce la direzione del cambiamento.

Con il rinnovamento avvenuto attraverso la Seconda Cibernetica, l’approccio sistemico fa propria sia l’ottica della complessità, secondo la quale esistono molteplici livelli di significato che si influenzano reciprocamente e la cui lettura va considerata nella conoscenza della realtà individuale, famigliare, ecc. Inoltre, il terapeuta assume come metodo di lavoro quello che deriva dalla possibilità di “co-costruire” i significati, uscendo dal ruolo di esperto che si colloca fuori dal sistema osservato. “L’incontro terapeutico è visto come incontro tra due narrazioni, quella del sistema e quella del terapeuta, tra le quali avviene uno scambio di informazioni continuo, così che esse concorrono entrambe a “costruire” la realtà terapeutica e a tessere una narrazione nuova e imprevedibile”(Onnis, 1996, pp.22).

Secondo quest’ottica, la metafora assume un significato particolare nell’operato terapeutico e si colloca come “spazio intermedio” tra il terapeuta e la famiglia: “campo di sperimentazione e scoperta condivisa […] terreno di gioco, spazio vergine che potrà popolarsi di contenuti importanti nella misura in cui gli interlocutori si autorizzeranno a prendere coscienza delle loro similitudini e differenze. Saranno allora ricettivi alla trasformazione” (Caillè e Rey, 2005, pp. 42-43).

La Metafora nella Psicologia Evolutiva Armonica della Coscienza

La PEAC considera la Metafora, oltre che una costruzione sul piano del simbolo, anche un processo che permette di fondere i codici dell'Insegnante con quelli dello studente e costruire un primo Spazio di Reciprocità, sulla base del quale impostare il lavoro. La Metafora è una Forma-Pensiero che stimola la mente dello studente, riattivando la circolazione dei pensieri laddove (campo dei sintomi) si era paralizzata. La Metafora è sempre il frutto di un processo creativo che nasce nel campo energetico (emotivo e mentale), che esiste tra lo psicologo e lo studente. Non è mai preconfezionata, in quanto ogni studente è diverso dall’altro ed è portatore di una necessità evolutiva peculiare: può avere una base comune, per alcune caratteristiche ma è, comunque, dotata di aspetti creativi che nascono unicamente in quel particolare rapporto. La Metafora costituisce, quindi , anche la parte essenziale del Cuore del rapporto terapeutico, in quanto rappresenta l’Alleanza terapeutica, con il suo progetto di Armonizzazione.

La Psicologia Evolutiva Armonica della Coscienza (PEAC) utilizza la creazione di Metafore all'interno del lavoro con lo studente, in particolare durante la fase dell’Analisi della Domanda (AdD).

L’AdD è un processo fondamentale, che serve a costruire l’interfaccia di codici e di intesa tra lo psicologo e lo studente. L’AdD parte dalla richiesta dello studente e termina con la costruzione di una metafora, che rappresenta la connessione operativa tra il problema ed il lavoro terapeutico.

Il processo dell’AdD si articola in 3 diverse fasi:

  1. La Richiesta: dello studente legata ad un disagio che può riguardare un aspetto personale o relazionale e che esprime, in modo più o meno velato, anche una sottostante necessità evolutiva ( es. “Ho uno stato di agitazione, che mi blocca”, “Ho una sensazione di mancanza di aria e di paura di morire”, “Mi sembra di non riuscire ad essere come vorrei”). La richiesta è lo starter sia del Processo Terapeutico, che della costruzione del Cuore del rapporto tra lo psicologo e lo studente;
  2. La Ridefinizione: è l’espressione attraverso un codice tecnico dell’essenza della richiesta che porta lo studente. Ad esempio, la richiesta portata dalla studente: “Il cuore mi batte forte e lo sento in gola e poi mi si stringe la gola ed ho paura”, può esser ridefinita con: “Mi sta dicendo che ha un attacco di ansia”. La Ridefinizione, oltre ad una rilettura dei sintomi, espressi nella richiesta, rappresenta l’inizio della costruzione di un sistema condiviso di codici, che costituirà la partitura fondamentale del lavoro terapeutico;
  3. La Restituzione: è la fase più creativa della AdD ed è un Processo di elaborazione cognitiva, di carattere creativo e simbolico, che parte dalla Ridefinizione ed arriva alla condivisione di una Metafora terapeutica. Attraverso la Restituzione, lo psicologo crea un percorso cognitivo che spieghi allo studente: la causa operativa del disagio (Passato), la situazione attuale (Presente), il processo di Armonizzazione, da intraprendere (Futuro).

Si può prendere in considerazione l’esempio in cui lo psicologo ha ridefinito come “attacco di panico” i sintomi descritti dallo studente. Nel ricostruire la storia dello studente emerge uno stile educativo volto allo spostamento ed alla negazione delle emozioni, con particolare riferimento alla paura, seguendo la Forma-Pensiero: “Vado avanti, senza ascoltare troppo la paura”. Potrebbe essere restituita la Metafora: “Ci troviamo di fronte ad un tappeto sotto al quale è stata sempre nascosta la polvere: ora, noi dobbiamo svuotarlo ed evitare di occultare la polvere in questo modo, per il futuro”.

Questa semplice Metafora offre, in modo sintetico, una visione sui 3 Tempi:

  1. Passato: i miei genitori hanno occultato la polvere sotto il tappeto perché sembrava il modo più semplice ed economico ed hanno trasmesso questo stile anche a me
  2. Presente: il tappeto (contenitore emotivo) è pieno di polvere (paura) ed appena viene sollevato, la polvere tende a fuoriuscire in modo veemente ed incontrollato (attacchi di panico)
  3. Futuro: occorre ripulire il tappeto (divenire consapevole delle paure che ho rimosso) ed imparare uno stile più efficace, per smaltire la polvere (elaborare le paure) e tenere pulito il tappeto (Armonizzazione mentale ed emotiva).

Il potere armonizzante della Metafora risiede in due ragioni: è un simbolo, che agisce sulla mente globale e sull’inconscio dello studente. E’ viva e possiede una tensione, che spinge naturalmente lo studente al cambiamento. La Metafora è anche rassicurante, in quanto offre la possibilità di un “come se” semplice, pensabile, positivo e ricco di speranza.

Caso di Laura

Laura è una donna di 34 anni, che vive in famiglia, con la madre pensionata e un fratello maggiore. I suoi genitori, entrambi di origine pugliese, trasferiti a Roma poco dopo il matrimonio, sono separati da circa 10 anni, e il padre vive da allora in un’altra regione. I rapporti con il padre sono stati del tutto interrotti successivamente alla separazione dei genitori, conclusasi poi con la realizzazione del divorzio. Laura descrive la sua famiglia come ricca di lutti e di eventi dolorosi, e in particolare attribuisce buona parte della responsabilità dei dolori che hanno toccato il nucleo familiare, a suo padre, al suo atteggiamento, definendolo violento e dispotico.
La donna descrive la vita familiare in presenza del padre come vissuta sul filo della tensione, con la continua paura degli accessi di rabbia del padre, che per un nonnulla dava luogo a scoppi di ira, che sfociavano in atti di violenza fisica e verbale nei confronti dei figli, specie nei confronti dei più grandi di età.

Laura appare come una bambina, descrive se stessa come “Lauretta”, e dice di essere sempre stata così chiamata anche in famiglia, anche perché è la più piccola di età.

Nel momento in cui avvia il percorso terapeutico, Laura è l’ultima di 7 figli, di cui 3 sono defunti: 2 per overdose da eroina e una per suicidio dovuto ad ingestione di psicofarmaci, ed affetta da disturbo bipolare dell’umore.

Laura trasmette una bassa stima di se stessa, sembra accompagnata da un costante timore di non essere “all'altezza”, di non poter riuscire a concretizzare obiettivi di crescita e di autonomia (conseguire la patente, la laurea, acquisire autonomia economica, e così via), come se la accompagnasse una costante insicurezza che la fa apparire più “piccola” della sua reale età anagrafica.

Riferisce di vivere in un rapporto di forte attaccamento a sua madre, diabetica e con diverse difficoltà di salute (ipovedente, con scarsa capacità motoria, ecc.), da cui è dipendente economicamente, con la quale condivide il letto e di cui si occupa quotidianamente cucinando per lei, curando la casa e così via.

In sintesi Laura sembra essere come “intrappolata” ed “incastrata” nei dolori non risolti della sua famiglia, e nella dipendenza e nella scarsa autonomia che lo stile della famiglia sembra aver creato per tutti i componenti.

All'inizio del percorso individuale, Laura presenta la Diagnosi di Attacco di Panico. I sintomi insorgono per la prima volta all'età di 17/18 anni, in orario serale, con la sensazione di un dolore fortissimo al petto, sensazione di avere degli aghi nella schiena all'altezza del cuore.

Laura descriverà poi questa sensazione, come una sorta di aura che precede lo scatenarsi del vero e proprio attacco di panico.
In alcuni casi gli Attacchi di Panico insorgono in misura lieve durante i rapporti sessuali, quando il compagno è disteso sopra di lei, e mai nella posizione invertita. Laura riferisce di provare un senso di mancanza d’aria, forse anche attribuibile al suo peso corporeo che le comporta difficoltà respiratorie in alcune posizioni, oltre che per i fattori emotivi che subentrano nell’intimità sessuale.

Al di fuori di tali situazioni, più in generale, l’Attacco è caratterizzato dalla presenza dei sintomi sopra rilevati come presenti: sudorazione, forte dolore al petto, palpitazioni, sensazione di asfissia e di soffocamento, ecc.

Le ipotesi rispetto al senso degli attacchi di panico sembrano legate al mancato svincolo e la mancata individuazione dalla famiglia di origine, insieme alla presenza di paure non gestite e non canalizzate legate alla propria storia (padre violento, morti violente) e alla presenza di un dolore che preme sul petto, e chiede di potersi esprimere e trasformare (lutti non elaborati, rapporto conflittuale con il padre che non vede da circa 10 anni e così via).

Inoltre, Laura riferisce l’impossibilità da diversi anni di avere rapporti sessuali completi con il suo compagno, non riuscendo quindi a vivere una vita sessuale piena e soddisfacente, che la coppia, in anni precedenti, era invece riuscita a realizzare.

Il Processo dell’Analisi della Domanda, raccoglie i seguenti passaggi, suddivisi come già detto, in Richiesta, Ridefinizione, Restituzione:

Richiesta: “Ultimamente ho cominciato ad avere problemi di gestione dell’ansia, che sono sfociati in attacchi di panico. Paura dei luoghi chiusi (cinema, ristorante, teatro). Ho un senso di soffocamento e devo scappare”.

“Sento un moto perpetuo costante, una tensione che mi pesa sull'Anima. La notte ho colpi di calore, tachicardia. Sono insulino-resistente e vorrei essere magra e bella. E’ una forma di diabete, l’insulina c’è ma non funziona correttamente”.

“Non ho rapporti sessuali con Sergio, non ci sono molti spazi. Ho Dispareunia e Vaginismo. Continue irritazioni per il diabete. Sono 5/6 anni che non abbiamo rapporti completi. Sospetto di essere stata abusata da mio padre, mia sorella malata di mente accusava mio padre di abuso, mio fratello le credeva”.

Ridefinizione: C’è una grande complessità. Ci sono più sintomi, a più livelli, anche fisici, che chiedono di avere un nome preciso, di essere ricollocati e risolti. Nell’area della sessualità, nella gestione dell’ansia e della paura, e nelle relazioni.
C’è la ricerca della Bellezza che può assumere forme diverse e non solo sul piano esteriore. C’è un’ipotesi di abuso vissuto in famiglia che va esplorata e ben collocata nell’esperienza personale e familiare.

Restituzione e Metafora del Giardino: “C’è un Giardino con piante sane e altre con difficoltà (una pianta che chiede tanta attenzione: diabete insulino-resistente di cui Laura è affetta; una che non penetra la terra: sessualità non vissuta a fondo per la difficoltà nell'avere rapporti sessuali completi con il suo compagno da 5 anni; un’altra che cresce disordinata e imprevedibile: ansia ed attacchi di panico).

Va conosciuta la radice che determina questo. Le piante cercano la Luce, come lei stessa chiede di poter fare. Può quindi costruire un giardino bellissimo e curato (“vorrei essere bella” è la frase da lei stessa citata nella fase dell’AdD).

Nel lavoro terapeutico, le viene detto che insieme (nel lavoro terapeutico appunto) è possibile conoscere il terreno e poi le radici che compongono le varie piante ed apportare i dovuti cambiamenti, affinché il Giardino (quindi la sua personalità) possa fiorire e diffondere il suo profumo.

Viene quindi suggerito a Laura un lavoro individuale che abbia come obiettivi prioritari:

  • Lo svincolo dalla famiglia d’origine attraverso un processo di Individuazione, che passi per il terminare gli studi, per la realizzazione del Matrimonio, il conseguimento della patente di guida, l’avvio di una professione da psicologa (collegata al percorso di studi da lei scelto)
  • L’elaborazione di dolori e di lutti ripetuti, non risolti in famiglia e su cui Laura non ha mai avuto la possibilità di confrontarsi all’interno dei rapporti più intimi e con le figure di riferimento.

Bibliografia

BATESON G., Mente e natura: un'unità necessaria, Adelphi, Milano, 1979

Black M. (1954) “Metafora” in Modelli, archetipi, metafore, Pratiche, Ed. Parma, in Onnis L. (1996), “La 'narrazione analogica'. L'uso del linguaggio metaforico nella psicoterapia sistemica”, Psicobiettivo, vol. 3, pp. 17-35

Caillè P. e Rey Y. (2005), “Gli oggetti fluttuanti. Metodi di interviste sistemiche”, Roma: Armando Editore

ECO U., (1975), Trattato di semiotica generale, Bompiani, Milano 1999

Onnis L. (1996), “La 'narrazione analogica”. L'uso del linguaggio metaforico nella psicoterapia sistemica”, Psicobiettivo, vol. 3, pp. 17-35

Richards A. (1956), “La filosofia della ricerca” Ed. Feltrinelli, Milano, 1967, in Onnis L. (1996), “La 'narrazione analogica'. L'uso del linguaggio metaforico nella psicoterapia sistemica”, Psicobiettivo, vol. 3, pp. 17-35

Erickson Milton H. “La mia voce ti accompagnerà” Casa Editrice Astrolabio, Roma, 1983

Lakoff G. e Johnson M. (1980), “Metafora e vita quotidiana”, Ed Europei Ass., Milano 1982, in Onnis L. (1996), “La 'narrazione analogica'. L'uso del linguaggio metaforico nella psicoterapia sistemica”, Psicobiettivo, vol. 3, pp. 17-35

Minuchin S. (1976), “Famiglie e terapia della famiglia”, Roma: Astrolabio

Gian Paolo Scano “Metafora e costruzione del senso” http://www.psychomedia.it

 

"PEAC, la Psicologia dell'Evoluzione Armonica della Coscienza"

 

 

"Presentazione del libro PEAC del 13 giugno 2014"

 

"Le Polarità"

 

"Il senso evolutivo della crisi"

 

"La Necessità Evolutiva"

 

"La Reciprocità"

 

"La coppia: dalla collusione all'alleanza"

 

"I 5 Corpi"

 

"La Sincronicità"

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Per alcuni autori, la relazione terapeutica è la “conditio sine qua non” della psicoterapia: infatti, indipendentemente dalla teoria di riferimento e dalle tecniche usate, essa produce degli effetti sullo studente, più o meno deliberatamente ricercati e diretti dal terapeuta. In questo senso, “le tecniche psicoterapeutiche sono solamente uno strumento per inviare dei messaggi terapeutici e non devono essere confuse col contenuto trasmesso, che acquista significato attraverso la relazione terapeutica” (Giusti, Montanari, Montanarella, 1997).

Per portare avanti un processo terapeutico efficace, è necessario costruire una relazione terapeutica positiva, considerando che la qualità della relazione tra terapeuta e studente influenza fortemente i risultati della terapia (Alexander, Luborsky, 1986; Gaston, 1990) e ne determina il successo.

Orlinsky e Howard (1986) propongono alcune caratteristiche che consentono di creare una relazione terapeutica positiva: investimento di energia da parte del terapeuta e dello studente, indipendentemente dagli interventi seguiti; apertura reciproca, ossia un accordo sui ruoli, che consente allo studente di acquisire fiducia nei confronti del terapeuta, che, a sua volta, partecipa attivamente al processo terapeutico; un buon contatto personale, accompagnato da fiducia, comprensione reciproca, spontaneità e riduzione delle difese; intenzione di capirsi, che consente allo studente ed al terapeuta di confrontarsi continuamente, senza mettere in pericolo la stabilità e la continuità della relazione.

Oltre a queste caratteristiche, Giusti, Montanari e Montanarella (1997) ritengono che ogni terapeuta dovrebbe “sentirsi a proprio agio e sicuro di quello che fa, stabilire una relazione di collaborazione (caratterizzata dal mutuo rispetto e dalla condivisione), permettere al cliente di parlare, esplorare idee e sentimenti e sperimentare la scarica emotiva, avere un livello adeguato di conoscenza e di competenza per applicare gli interventi più adeguati, creare comprensione reciproca e risonanza tra i partecipanti”.

C’è una stretta correlazione tra l’opinione dello studente e sul grado di empatia, di considerazione, di accettazione e di autenticità del terapeuta e il successo del trattamento: gli studenti danno molta importanza a queste caratteristiche, più che alle tecniche utilizzate dal terapeuta (Bergin, 1980).

Inoltre, accanto all'empatia, al rispetto e all'accettazione, che favoriscono l’instaurarsi ed il mantenimento della relazione terapeutica, uno psicoterapeuta efficace deve essere una persona ”sana”, equilibrata, comprensiva, affidabile e competente, e possedere un alto grado di stabilità emotiva ed un buon livello di consapevolezza di sé, che gli permetta di valutare attentamente i propri comportamenti e di comunicare in modo chiaro e mirato (Lambert, Shapiro, Bergin, 1986).

Una conoscenza approfondita di sé consente di evitare che il terapeuta trasformi l’incontro con lo studente in una occasione di appagamento dei propri bisogni contro-transferali, ed allo stesso tempo, permette al terapeuta stesso di divenire un riferimento per lo studente.

Clarkson (1997) prende in esame cinque modalità di transazione che si alternano nel corso di una terapia:

  • l’alleanza operativa, che consente al terapeuta ed allo studente di lavorare insieme anche quando quest’ultimo ha, per qualsiasi motivo, il desiderio opposto;
  • la relazione di transfert e controtransfert, che rappresenta il trasferimento di desideri e timori inconsci;
  • la relazione riparatrice e/o evolutivamente necessaria, che il terapeuta crea per fornire una relazione correttiva o nutriente, che compensi quella carente, abusiva o iperprotettiva dei genitori;
  • la relazione transpersonale, inerente alla dimensione spirituale, “è la faccia senza tempo della relazione psicoterapeutica”;
  • la relazione reale, da persona a persona, distinta da quella oggettuale (Giusti, 1997).

II termine depressione post-partum si riferisce ad un episodio depressivo, non psicotico, che inizia o si estende nel periodo post-partum (Cox, Murray, Chapman, 1993; O'Hara, 1994; Watson et al., 1984).

Spesso, questo stato di malessere della donna, nel periodo del post gravidanza, viene definito, in modo generico, come “esaurimento nervoso”, come conseguenza della difficoltà ad affrontare la nuova condizione di vita. Questa definizione, poco pertinente, impedisce di dare la giusta importanza ad una difficoltà specifica della donna.

Dopo diverse definizioni attribuite a questo disturbo, studi più recenti hanno condotto alla definizione della depressione post-partum in base ai criteri diagnostici standardizzati per la depressione, che prevedono che la donna soffra di umore disforico e presenti, contemporaneamente, diversi altri sintomi, compresi disturbi del sonno, dell'appetito o disturbi psicomotori, affaticamento, eccessivi sensi di colpa e pensieri suicidi.

Infatti, per molto tempo, la nascita è stata percepita come uno stressor, a cui alcune donne forniscono una risposta inadeguata, indistinguibile dalla depressione clinica, che emerge in fasi diverse della vita. Solo negli ultimi dieci anni, gli psichiatri hanno considerato la depressione postpartum come un disturbo mentale classificabile (Yanko, Retzoni, Vetiano, 1996) e che presenta sintomi distinti e fattori di rischio che la distinguono da altri disturbi depressivi (Campbell, Cohn, Flanagan, Meyers, 1992).

Infatti, proprio la differenza sintomatologica tra le depressioni che compaiono dopo il parto e le depressioni che si presentano in altri momenti dell'esistenza, diventa oggetto di diversi studi.

Ad esempio, già dal 1968, Pitt evidenzia come le depressioni che si presentano dopo il parto siano "atipiche", cioè caratterizzate da sintomi di tipo nevrotico, quali ansia, irritabilità o fobie, che tendono ad oscurare la depressione.
Successivamente, O'Rara e coll. (1990) ottengono poche conferme sulle differenze sintomatologiche tra i due disturbi, ad eccezione del dato che rivela che, a 3 settimane dal parto, le donne depresse gestanti mostrano livelli significativamente più elevati di sintomatologia depressiva, rispetto alle donne non gestanti.

Anche Whiffen e Gotlib (1993) trovano solo poche differenze tra i campioni di donne gestanti e non: ad esempio, le donne che presentano la forma di depressione post-partum tendono ad avere episodi di minor gravità (al contrario dei risultati di O'Hara et al., 1990) ed un miglior rapporto coniugale delle donne depresse non in gravidanza.

I criteri diagnostici del DSM-IV (Manuale Diagnostico dei disturbi mentali)

La designazione “esordio specifico nel Postpartum” appare per la prima volta, nel DSM IV, dove è associato a vari disturbi affettivi, il cui esordio avviene nelle quattro settimane dopo il parto.

Inoltre, secondo il DSM IV (1994) i sintomi della depressione maggiore con inizio dopo il parto comprendono (almeno 5 dei seguenti):

  1. umore depresso, spesso accompagnato da gravi livelli di ansia;
  2. riduzione marcata di interesse o piacere per le attività;
  3. disturbi dell’appetito (di solito perdita di appetito o di peso);
  4. disturbi del sonno (spesso, insonnia e sonno frammentato, anche quando il neonato dorme);
  5. agitazione fisica o rallentamento psicomotorio;
  6. affaticamento, riduzione di energia;
  7. sentimenti di non valere nulla, o eccessivo ed inappropriato senso di colpa;
  8. ricorrenti pensieri di suicidio o di morte.

Tipicamente, i sintomi devono avere una durata minima (almeno una settimana) e devono produrre una certa compromissione della capacità di funzionamento della donna (Cooper, Murray, 1995; O'Hara et al, 1990).

L’ansia è un’emozione universale e rappresenta una parte necessaria della risposta allo stress: essa rappresenta un meccanismo di difesa, volto ad anticipare la percezione del pericolo, prima ancora che si sia chiaramente manifestato, mettendo in moto i meccanismi fisiologici che spingono, da un lato all'esplorazione per individuare il pericolo ed affrontarlo nella maniera più adeguata e, dall'altro, all'evitamento, alla fuga.

Se, però, non si riesce a superare positivamente una situazione di pericolo, o se allo stato d’allarme non corrisponde un pericolo reale, da affrontare e risolvere, allora, l’ansia diviene una risposta sproporzionata o irrealistica, ed assume la connotazione di un disturbo psichico.

È importante sottolineare la differenza tra paura ed ansia:

«La paura è una percezione che scatena un’emozione, che a sua volta, innesca una reazione psicofisiologica, l’ansia è solo l’effetto psicofisiologico di tale percezione-emozione… l’ansia, come attivazione dell’organismo, sino a un certo livello, permette a questo di fronteggiare la paura, solo oltre il livello soglia, che è diverso per ogni individuo, questa si trasforma in perdita di controllo delle proprie reazioni e può condurre al panico. Quindi, l’ansia è una reazione, che è l’effetto della percezione della paura, infatti, l’ansia nel caso in cui divenga troppo elevata può trasformarsi nella causa della paura.… un disturbo fobico non può essere assimilato a un disturbo d’ansia, poiché esso è un tipo di patologia a sé stante, che può produrre, come effetto, anche un disturbo d’ansia o, al contrario, può essere anche il prodotto di un disturbo di ansia… la prima è una forma di percezione, la seconda è una reazione fisiologica» (Nardone, Oltre i limiti della paura, pag. 44 e seguenti).

Infatti, ridurre l’ansia di una persona può inibire le sue reazioni, ma non altera le sue percezioni e, pertanto, la paura resta. Al contrario, inibire l’ansia (ad esempio con farmaci) può, con il tempo, anche far aumentare la paura, dato che la persona può avere la sensazione di un aumento di incapacità a gestire tale emozioni, con l’impossibilità di reagire in modo risolutivo, il che fa aumentare il disagio.

Criteri Diagnostici

Il DSM IV (Manuale Diagnostico dei disturbi mentali) distingue diversi disturbi relativi all'ansia.

Disturbo di panico (senza agorafobia o con agorafobia)

È caratterizzato da specifici segnali fisici come: tremore, palpitazioni, apnea, dolore al petto, nausea, sbandamento, depersonalizzazione, paura di perdere il controllo, impazzire o morire. Gli attacchi di panico, inaspettati e ricorrenti, rappresentano una preoccupazione sia per la loro frequenza, che per le conseguenze che producono ed attivano un’alterazione del comportamento (evitamento della situazione che produce panico).

Agorafobia (fobia per gli spazi aperti) senza anamnesi di disturbo di panico

In questo caso, l’ansia è relativa al trovarsi in luoghi o situazioni dai quali può essere difficile (o imbarazzante) allontanarsi, o nei quali può non essere disponibile aiuto, in caso di attacco di panico o sintomi tipo panico.
L’Agorafobia non nasce da una situazione pregressa di panico e, quindi, non ne è una conseguenza.

Fobia specifica

La caratteristica è la paura marcata e persistente di oggetti o situazioni chiaramente discernibili, circoscritte.
Quando il soggetto si trova a confrontarsi con quello che rappresenta per lui lo stimolo fobico, quasi invariabilmente si scatena una crisi d’ansia, che può assumere le caratteristiche di un attacco di panico.
Le persone riconoscono che la loro paura à irragionevole, o quanto meno esagerata e, quando possibile, evitano lo stimolo fobico.
Per poter parlare clinicamente di "disturbo" è necessario che l‘evitamento, la paura, l’ansia anticipatoria di dover affrontare lo stimolo fobico o la sua presenza interferiscano significativamente con la routine quotidiana, con il funzionamento lavorativo o con la vita sociale della persona.
La preoccupazione può essere legata sia al danno che può derivare dalla situazione che spaventa, che alla paura di perdere il controllo.

Fobia sociale

È una forma particolare di fobia specifica, nella quale lo stimolo fobico è rappresentato dalla paura marcata e persistente, relativa a situazioni sociali o prestazionali, che possono creare imbarazzo.
Per fare la diagnosi è necessario che l'evitamento, la paura o l’ansia anticipatoria, concernente la situazione sociale o prestazionale, interferiscano significativamente con la routine quotidiana, con il funzionamento lavorativo, o con la vita sociale dell’individuo, o creino un disagio significativo.
I soggetti con fobia sociale sono, di solito, ipersensibili alle critica, alle valutazioni negative o al rifiuto, hanno bassa autostima o sentimenti di inferiorità, e non riescono ad essere assertivi.

Disturbo ossessivo-compulsivo (DOC)

È un disturbo che si caratterizza per la presenza di ossessioni (pensieri, idee, impulsi o immagini persistenti che sono la causa di ansia) e/o compulsioni (comportamenti ripetitivi o azioni mentali che hanno il senso di evitare l’ansia) ricorrenti, che la persona riconosce come eccessive o irragionevoli, che "occupano" una parte del tempo del soggetto (più di un’ora al giorno) e/o creano disagio marcato o menomazione significativa.

Disturbo post traumatico da stress (DPTS)

Si manifesta a seguito dell’esposizione ad un evento traumatico estremo che implica:

  • l’esperienza diretta di un evento che causa o può comportare morte o lesioni gravi, o altre minacce all'integrità fisica
  • l’assistere ad un evento che comporta morte, lesioni, o altre minacce, all'integrità fisica di un’altra persona
  • il venire a conoscenza della morte violenta, o inaspettata, di grave danno o minaccia di morte o lesioni, sopportate da un membro della famiglia, o da altra persona vicina.

Il soggetto, di fronte all’evento, prova un’intensa paura, si sente inerme e/o prova orrore. Esso si manifesta con: un continuo rivivere l’evento traumatico, l’evitamento degli stimoli associati al trauma, l’ottundimento della reattività generale, eccitabilità.

Disturbo acuto da stress

Si manifesta a seguito della (o comunque entro un mese dalla) esposizione ad un evento traumatico estremo.

Disturbo d’ansia generalizzato (GAD)

È un disturbo cronico (presente almeno da 6 mesi), persistente, inabilitante, che si caratterizza per la presenza, per la maggior parte del tempo, di ansia e preoccupazione ("attesa apprensiva") eccessive e/o irrealistiche per una quantità di eventi o attività.
L’intensità, la durata o la frequenza dell’attesa apprensiva sono eccessive rispetto alla reale probabilità che l’evento temuto si verifichi, o che abbia un grave impatto.
Il soggetto non riesce a controllare l’ansia e la preoccupazione, trova difficile cessare di preoccuparsi, di impedire che i pensieri preoccupanti interferiscano con i compiti che sta svolgendo.
Ansia e preoccupazione sono accompagnate da irrequietezza, facile affaticabilità, difficoltà a concentrarsi, irritabilità, tensione muscolare (con tremori, contratture, scosse, dolenzia, o dolorabilità, muscolare), sonno disturbato, sintomi somatici (freddo, mani sudate, bocca asciutta, sudorazione, nausea o diarrea, stimolo frequente ad urinare, difficoltà a deglutire o "nodo alla gola"), risposte di allarme esagerate.

Disturbo d’ansia dovuto ad una Condizione Medica Generale

Le condizioni mediche collegate all'ansia sono: iper ed ipo tiroidismo, feocromocitoma, ipercorticosurrenalismo, ipoglicemia, scompenso cardiaco congestizio, embolia polmonare, aritmie, malattie polmonari ostruttive croniche, polmonite, ecc.

Disturbo d’ansia indotto da sostanza

Intossicazione e/o l’astinenza da alcool, anfetaminici, cannabinoidi, cocaina, allucinogeni, ecc. l’assunzione di farmaci quali anestetici e analgesici, broncodilatatori, anticolinergici, corticosteroidi, preparati tiroidei, antiparkinsoniani, ecc.

Disturbo d’ansia non altrimenti specificato

Non presenta gli stessi sintomi e la stessa intensità di ansia, presente nei disturbi precedentemente descritti.

Disturbo d’ansia di separazione

Si presenta in età evolutiva, solitamente in occasione di separazione dalle figure genitoriali.

Disturbo da avversione sessuale

È limitato al contatto genitale sessuale, pertanto viene fatto rientrare nei «Disturbi sessuali e di identità di genere».

Principali strategie di intervento

Una delle strategie, maggiormente efficace nell'intervento sui problemi d’ansia è la cosiddetta “Strategia dei 3 passi”, che prevede l’utilizzo contemporaneo di 3 operazioni:

  1. respirare in modo profondo, prendendo consapevolezza del proprio stato interno e lasciandosi acquietare dall'azione calmante del respiro
  2. distogliere, con decisione, l’attenzione dalla situazione ansiogena, spostando la focalizzazione automatica del pensiero su di essa
  3. realizzare un’azione concreta, che richieda l’uso delle mani, avulsa dalla situazione ansiogena, su cui focalizzare tutta la propria attenzione.

In questo modo, è possibile realizzare un’esperienza emozionale correttiva, che permette di aprire una finestra su una nuova realtà e su nuove possibilità.

Altre strategie di intervento sono le seguenti:

  1. controparadosso: è l’utilizzo di un paradosso, gestito dallo Psicoterapeuta, come la «ripetizione ritualizzata dei rituali», che conduce lo studente alla costruzione di una diversa realtà
  2. esasperazione programmata: in una situazione rilassata, si pensa consapevolmente alla situazione ansiogena, addestrandosi a toccare l’ansia un po’ alla volta, fino ad estinguere la reazione di paura, oppure si studia approfonditamente l’oggetto della fobia
  3. contro-rituale terapeutico: si costruisce un rituale somigliante della struttura del disturbo fobico, che avvicini alla situazione ansiogena, per poi gestirla consapevolmente
  4. ingiunzione di un comportamento bizzarro: lo Psicoterapeuta pianifica alcuni comportamenti bizzarri, che, strategicamente, attirano l’attenzione dello persona con disturbo d’ansia, distogliendola dalla situazione ansiogena.
  5. diario giornaliero: si chiede di annotare tutte le reazioni di ansia, oppure i pensieri, o le emozioni, vissute in determinate occasioni
  6. monitoraggio della frequenza e dell’intensità del sintomo: consente di avere un quadro reale della situazione (spesso, la percezione della persona differisce dalla situazione reale)
  7. desensibilizzazione: è un’esposizione graduale allo stimolo minaccioso, con un’attitudine di rilassamento
  8. EFT (Emotional Freedom Techniques): utilizza stimoli verbali e fisici, per creare nuovi circuiti e connessioni
  9. RPI (Riprogrammazione dell’Inconscio): immette nella mente un programma consapevole, più evolutivo, di quello ansiogeno.