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Eschilo, Sofocle ed Euripide

Eschilo

Eschilo è considerato il creatore del dramma tragico, soprattutto perché sembra che si debbano a lui l’invenzione della maschera e del coturno di cui si parlava sopra. Le sue tragedie sono strutturate per lo più in trilogie e prevedono la presenza di due attori. Sarà Sofocle ad introdurre il terzo attore, così da complessificare le vicende narrabili. Una delle opere più importanti di Eschilo è l’Orestiade, ovvero la narrazione delle vicende di Oreste, in cui si rintracciano i motivi base della tragedia, più o meno ripresi successivamente dagli altri autori: l’ineluttabilità delle leggi del fato; l’ereditarietà misteriosa del delitto; il contrasto intimo tra la voce della natura e un ordine superiore; l’adempimento di una legge di giustizia nella vita del protagonista.
Da qui inizia la connessione tra il Teatro di Eschilo e le Leggi Spirituali; infatti emerge che alla base delle tragedie ci sono l’ineluttabilità delle leggi del fato, ovvero che esistono delle Leggi superiori, le Leggi Spirituali, che vanno oltre la volontà dell’uomo e a cui l’uomo non può sottrarsi.
Inoltre Eschilo introduce un simbolo geometrico importante, ovvero il triangolo, dal momento che scrive drammi in forma di “trilogie”. Nel Teatro Evolutivo infatti il triangolo ha un significato preciso ed indica l’Autore (vertice alto), l’ attore ed il pubblico (vertici inferiori). Dall’Alto, cioè, arriva il messaggio che l’uomo rappresenta e recepisce.
Ricordiamo, infine, che la Scienza dello Spirito ci dice che Eschilo, in una futura incarnazione, sarà Shakespeare, altro grande autore, che in epoca successiva realizzerà un altro passo evolutivo importante nella storia del Teatro: l’effetto di tale passo è arrivato fino ai nostri giorni.

Sofocle

Oltre che all’introduzione di un attore in più, a Sofocle si deve “l’umanizzazione” dei personaggi, che non sono più dei “tipi” standard, ma vengono descritti nei loro veri caratteri.
L’introduzione del terzo attore da parte di Sofocle va considerata non come la causa della ricchezza della nuova tragedia, ma come l'effetto della più ricca e complessa visione che Sofocle ne ebbe. Proprio per l’aumento di questa complessità, ogni singola tragedia non è più «un atto» della trilogia, ma un dramma compiuto e per se stesso. E infatti, sebbene di Sofocle non ci sia rimasta nessuna trilogia intera, sappiamo che le sue trilogie erano la semplice riunione di tre tragedie indipendenti, senza alcun legame fra loro.
Inoltre, l’umanizzazione dei personaggi, li toglie dalla posizione immobile in cui li aveva collocati Eschilo e diventano uomini e donne, sempre idealizzati, ma meno inaccessibili. A Sofocle si deve il dramma Edipo Re, in cui il re Edipo uccide il padre, senza sapere chi realmente fosse e altrettanto inconsapevolmente, sposa la sua stessa madre rimasta vedova.
Quest’opera, rimasta alla storia, al punto da intrecciarsi con la Psicoanalisi (Complesso di Edipo) potrebbe segnare il passaggio che tende ad avvicinare l’uomo al mondo superiore: come in Alto così in basso, che introduce, quindi alla Legge di Analogia e Corrispondenza.
In questa fase, quindi, subentra il lato emotivo, prima non espresso pienamente. Sofocle, inoltre, prosegue il simbolismo del triangolo, introducendo il terzo attore in scena.

Euripide

A Euripide si deve l’introduzione della tragedia a “lieto fine”: ad esempio, nell’Alcesti, la giovane protagonista offre la sua vita agli dei, in cambio di quella di suo marito Admeto, designato invece come colui che doveva morire. Giunge però presso il sepolcro Eracle, il quale, all’arrivo di Tanato (il dio designato a prelevare l’anima di Alcesti), si batte con quest’ultimo vincendolo e riporta la giovane in vita e al marito.
Oltre al lieto fine sembra che si introduca un altro concetto Spirituale, ovvero la Legge di Sacrificio, poiché dal dolore per la perdita si giunge ad una successiva trasformazione positiva, attraverso un atto d’amore ed un combattimento elevato: infatti l’uomo combatte (nell’accezione di “batterecon”) con il Divino e dopo questo incontro, si ritrova nuovamente la vita e l’amore, piuttosto che la perdita o la morte.


Bibliografia

1. D’Amico S. (1960). Storia del teatro, Vol. I - II, Milano: Garzanti
2. Salmona B. (1986). La spiritualità dell'antica Grecia, Roma: Edizioni Studium