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Egiziani

La scienza degli antichi egizi era solo sperimentale e basata sul più rigoroso pragmatismo: serviva cioè soltanto a scopi pratici. Per fare un esempio, a un astronomo d'allora poco importava che il cielo fosse il ventre di una mucca o di una dea, una lastra di metallo o un'altra cosa qualsiasi. Occorreva studiarlo solo per poterne trarre qualche utilità, per orientarsi, per stabilire il corso dei mesi o prevedere l'inizio dell'inondazione. Così nella matematica o nella geometria il calcolo astratto, il teorema non applicabile tutti i giorni, la speculazione scientifica esulavano totalmente dalla loro mentalità. Esulavano comunque, anche da quella di tutti gli altri popoli della terra e, per avere il "pensiero", bisognerà attendere i presocratici. Entro questi limiti, le conoscenze degli egizi erano senza dubbio all'avanguardia in tutti i campi dello scibile.

Fin dai tempi predinastici gli egiziani avevano un'ottima conoscenza del cielo e si ebbero precise mappe celesti. Conoscevano le stelle fisse ed i pianeti (fino a Saturno). Ad Eliopoli sorsero veri e propri osservatori per rilevare con esattezza il passaggio degli astri e già durante la IV dinastia vennero apportate le esatte correzioni. Le costellazioni raffiguravano dei ed animali (l'unica affine alle nostre era il Leone).
Era noto il calendario di 365 giorni ed un quarto, i mesi erano dodici e le stagioni tre:

• Akhet (Inondazione)
• Peret (Emersione)
• Chemu (Aridità)

Molti templi tenevano un calendario con l'elenco di tutti i rituali e di tutte le feste che dovevano cadere in date specifiche. Nel tempio di Esna, per esempio, questo elenco è stato scritto su alcune delle colonne. Nel tempio di Horo a Edfu, il mese di Khoiak era particolarmente ricco di feste.
Alcuni rituali, specialmente quelli che coinvolgevano Osiride e la divinità lunare Khonsu, dovevano essere compiuti durante specifiche fasi lunari. Per calcolare quando era possibile effettuare tali rituali, gli antichi egiziani tenevano un calendario delle fasi lunari, secondo il quale un mese coincideva con un ciclo lunare.

La luna era connessa agli dei Thot, Khonsu e Osiride e in epoca ellenistica, con Iside che i Greci vedevano come Selene. La luna era anche connessa con il mito di Osiride, dato che i 14 giorni della luna calante erano simbolizzati nel mito dai 14 pezzi del dio smembrato. La luna era considerata un sole che brilla di notte e dunque aveva le prerogative dell'astro diurno, come quella di essere adorata da babbuini, mentre la notte possono essere gli sciacalli che, con i loro ululati, adorano il satellite. Normalmente era raffigurata come un disco che stava su una falce.
Un'antica concezione del cielo sostiene che esso era dato dalle ali di un falco spiegate sul mondo. Un disegno su un pettine mostra una barca solare, assieme al falco di Horo, su un paio d'ali che simbolizzava (tutto) il cielo.

A partire dalla V Dinastia il disco solare fu posto fra due ali così l'immagine del cielo divenne un simbolo solare. Dopo il Nuovo Regno il disco solare apparve come simbolo di protezione sulle porte dei templi e sulla parte alta delle stele.

Per i moltissimi rituali che affollavano ogni giorno i grandi templi era necessaria una suddivisione precisa del tempo; per questo i sacerdoti egizi dovendo conoscere esattamente ogni fase del giorno, elaborarono diversi sistemi di misurazione. Della XVIII Dinastia risale la clessidra ad acqua e che funzionava sullo stesso principio di quella a sabbia, anch'essa già presente in Egitto.
Vi erano poi le meridiane fisse, molto diffuse nel mondo antico, tanto che i romani ne vollero una di tipo egizio nel Campo Marzio a Roma. Essa era gigantesca e aveva un obelisco come gnomone. L'obelisco è ancora visibile; anche la meridiana, che occupava il vastissimo spazio oggi costruito, è stata ritrovata in profondi strati raggiungibili dagli scavi delle cantine di alcuni edifici.

Si tratta dei disegni, delle linee e delle scritte della meridiana ottenute con motivi bronzei inseriti nel marmo; oggi l'intero disegno ha potuto essere ricostruito anche se le parti visibili sono solo poche aree accessibili. Gli egizi ebbero anche un pratico orologio solare portatile, composto da un piastrino munito di filo a piombo per garantire la perfetta verticalità del piastrino, che era ortogonale a un regolo con graduazione oraria su cui doveva cadere l'ombra del piastrino stesso.
Da quanto hanno ci hanno lasciato è facile capire che per gli egiziani la matematica non era un problema : sottrazioni e addizioni erano come quelle che conosciamo oggi, mentre le moltiplicazioni avvenivano per successive duplicazioni.
Anche se gli egiziani non consideravano il numero zero e non c'era nessun simbolo geroglifico che lo identificava, utilizzavano una numerazione decimale basata sul numero 10.

Il sistema decimale utilizzato dagli egizi aveva come unità di misura il cubito (0,450 metri ) o il cubito reale (0,525 metri), divisi in sette palmi e ventiquattro dita.
rano noti la radice quadrata, le frazioni, utilizzando particolari segni per indicare due terzi, tre quarti, quattro quinti e cinque sesti, e alcuni problemi elementari di algebra e trigonometria. Dal papiro Rhind (British Museum) risulta che gli egiziani avevano anche ottime conoscenze della geometria ed il papiro, che contiene una serie di teoremi geometrici lo dimostra: l'area del parallelogramma regolare era precisa, un po' meno quella del trapezio.

Il papiro di Rhind rappresenta una delle testimonianze più importanti per la conoscenza delle origini della matematica nell'Antico Egitto. Il papiro di Rhind (o Ahmes) è largo circa 30 cm e lungo circa 5,46 m e si trova attualmente al British Museum; era stato acquistato nel 1858 in una città balneare sul Nilo da un antiquario scozzese, Henry Rhind; il contenuto del papiro è tratto da un esemplare risalente al Medio Regno tra il 2000 e il 1800 a.C. ed è scritto in ieratico, un linguaggio più agile rispetto al geroglifico. Nel papiro di Rhind lo scriba Ahmes formulò che l'area di un campo circolare con un diametro di 9 unità era uguale all'area di un quadrato con un lato di 8 unità.

Un campo rotondo di 9 khet di diametro. Qual è la sua area? Togli 1/9 dal diametro, 1; il rimanente è 8. Moltiplica 8 per 8: fa 64. Quindi esso contiene 64 sesat.
Si tratta di una formula approssimata per calcolare l’area di un cerchio di diametro x:(x - (1/9)x)²
Dal confronto di questa ipotesi con la formula moderna che permette di calcolare l'area di un cerchio A = p * r², risulta che la regola egiziana attribuisce a p un valore di circa 3 + 1/6, approssimazione abbastanza vicina al valore esatto e degna di considerazione. Per molti anni si è supposto che i greci avessero appreso i rudimenti della geometria dagli Egiziani; Aristotele spiegava che la geometria era nata nella Valle del Nilo, anche se per trovare conquiste matematiche più avanzate è necessario volgere lo sguardo alla più turbolenta vallata della Mesopotamia.
I medici dell'antico Egitto erano molto numerosi, per questo motivo ognuno di loro si occupava quasi esclusivamente delle malattie che meglio conosceva. I medici ordinari erano affiancati dai professionisti di grado superiore, gli ispettori ed i sovrintendenti. Ad assisterli era del personale paramedico di sesso maschile.

Essi dovevano le loro conoscenze anatomiche all'osservazione degli animali durante il macello, e non all'imbalsamazione del defunto che era riservata ai sacerdoti devoti ad Anubi. Il cuore era considerato sede delle emozioni e dell'intelletto. Il benessere del corpo si doveva, a loro avviso, allo scorrimento dei suoi liquidi nei metu, i vasi che lo attraversavano. Se uno di questi vasi si ostruiva si manifestava la malattia. La polmonite e la tubercolosi erano tra le malattie più diffuse a causa dell'inalazione di sabbia o di fumo dei focolari domestici. Le malattie parassitarie erano altrettanto comuni a causa della mancanza di igiene. Gli attrezzi più comuni di un medico erano: pinze, coltelli, fili di sutura, schegge, trapani e ponti dentari.

Nonostante gli antichi egizi effettuavano la mummificazione su quasi tutti i cadaveri, non avevano un'approfondita conoscenza del corpo umano. Tutto questo è spiegabile dal fatto che chi svolgeva questa attività, era un corpo di comuni lavoratori delle classi inferiori generalmente privo di cultura e di particolare interesse; non c'erano medici o studiosi predisposti a questa sorta di "autopsia".
Si può certo capire le concezioni mediche come le conosciamo noi oggi differiscano parecchio da quelle dell'Antico Egitto. Gli antichi egizi avevano una perfetta cognizione di anatomia topografica nella distinzione del corpo in varie parti come testa, collo, tronco, addome, arti ma, ad esempio, mancava la concezione di scheletro nella sua totalità anche se le singole ossa erano ben conosciute. Anche per quanto riguarda gli organi, gli antichi egizi avevano delle ottime conoscenze anche se essi venivano sempre considerati globalmente, con poche distinzioni delle varie parti che li componevano. Per fare un esempio, era ben conosciuti sia il cuore che il cervello ma, le loro funzioni erano considerate in tutt'altro modo: il cervello, come organo vitale era ignorato mentre le sue funzioni e le attività nervose venivano attribuite al cuore che era il centro della vita.
Al di là dell'anatomia applicata o alla funzione dell'imbalsamazione, le varie parti anatomiche svolsero un ruolo importante nella simbologia e nella religione. Se alla morte, l'intero corpo era il veicolo e il ricettacolo della vita terrena e extra terrena, le sue varie parti potevano assumere molteplici significati.

Anche se gli antichi egiziani non ci hanno lasciato moltissime informazioni riguardanti i loro studi, esperimenti o procedimenti chimici da loro utilizzati e si sa che non possedevano concetti simili ai nostri sulla scienza chimica come organico insieme di studi, essi erano a conoscenza di una scienza chimica che impiegarono per la realizzazione dei loro prodotti. Dai loro studi possiamo distinguere almeno sette classi di procedimenti chimici a seconda dei prodotti e delle tecniche impiegate: farmacopea, cosmetica e profumi, terracotta (vasi, ceramica), faience e vetro, colori, metalli e mummificazione.
Gli egiziani avevano un grande spirito di osservazione e sperimentazione; la loro farmacopea fu sviluppata al punto che molti procedimenti sono ancora oggi impiegati nella medicina naturale dell'Egitto e Nubia, tuttora validissimi in terapia.

Al giorno d'oggi sembrano essere stati scoperti dalla scienza ufficiale le proprietà terapeutiche delle piante, dei minerali o dei derivati animali. Ma in realtà la loro conoscenza empirica risale alle epoche più lontane della storia umana, probabilmente alla preistoria. Anni, secoli, millenni di prove, di osservazioni, si sono tramandate di generazione in generazione, intimamente unite all'esigenza primaria di non abbandonare al suo destino il malato o il ferito. Tutte queste informazioni hanno portato alla creazione di una proto-farmacopea, e poi di una vera scienza farmacologica. Gli antichi egizi utilizzavano preparati di origine vegetale, minerale e animale. Fra i preparati di derivazione vegetale si trovavano i semi di acacia, la carruba, i datteri, il ricino e varie altre piante, fra cui ricordiamo ancora il laudano, una resina arabica la cui essenza aromatica è secreta dalla pianta di cisto, utilizzata nella preparazione di unguenti medicinali e profumi.

I minerali impiegati erano molti: oltre al conosciuto natron, rame, feldspato, allume, ossido di ferro, calcare, ocra rossa, carbonato e bicarbonato di sodio, sale da cucina, zolfo, composti arsenicali e carbone.
Per quanto riguarda i profumi e i cosmetici sappiamo da varie iscrizioni che entrambi i prodotti furono spinti ai massimi livelli e nei laboratori dei templi si produssero i profumi più fini. La faience ed il vetro si svilupparono fin dalla preistoria giungendo alti livelli di perfezione e raffinatezza. Nella metallurgia, che molto probabilmente ebbe i suoi inizi in Asia, gli egiziani ne svilupparono le tecniche.
Per quanto riguarda la mummificazione gli egiziani furono i creatori ed i maestri, elaborando vari procedimenti e varie ricette che implicavano un'ottima conoscenza della chimica dei minerali (natron), piante, oli minerali e vegetali, grassi animali e resine. Nel complesso dunque gli egiziani svilupparono ottime conoscenze nel campo chimico ma volte, com'era loro natura, essenzialmente al campo empirico.